Napoli: la Juventus apre ufficialmente la crisi azzurra

Napoli: la Juventus apre ufficialmente la crisi azzurra
Massimiliano Allegri

Sconfitta 2-0 a Torino: allenatore in bilico?

1,4. È la media punti a partita del Napoli nelle prime 10 giornate della Serie A 2026-27; ovvero, proiettata sulle 38 partite che fanno un campionato, dà uno sconsolante totale di 53,2 punti finali che corrispondono, stando alla classifica delle ultime tre stagioni della massima serie calcistica italiana, a un nono/decimo posto a fine torneo.

Altro che quarto posto, altro che qualificazione alla Champions League, altro che ambizioni europee: di questo passo, ove la società non si decide a intervenire non oggi ma ieri, cacciando letteralmente a pedate il principale responsabile di questo scatafascio, l’allenatore sul viale del tramonto – calcistico – Massimiliano “Max” Allegri, gli azzurri, la prossima stagione, non calcheranno neppure i più modesti ma comunque redditizi scenari della Conference League.

Quello che è avvenuto ieri sera a Torino, in quel dello Juventus Stadium, dove il Napoli è riuscito a resuscitare una squadra bianconera messa quasi peggio della compagine partenopea, oltre che far respirare e ringalluzzire il grande ex Luciano Spalletti che già aveva le valigie in mano pronto all’esonero in casi di risultato negativo contro la formazione condotta al suo terzo scudetto appena tre stagioni fa, è infatti la rappresentazione plastica del fallimento di un progetto societario-tecnico-sportivo che, consentiteci di scriverlo, a un terzo della stagione non è mai decollato e, forse, neppure si è capito ancora quale sia.

Il Napoli “allegriano” – anche se c’è davvero poco di che rallegrarsi – appare una nave senza condottiero, una squadra senza capo né coda, una formazione che non segue le direttive del mister e dove neppure le giocate dei singoli fanno o provano a fare la differenza.

La difesa è un totale colabrodo, smentendo anche la fama, conquistatasi dal tecnico livornese in carriera, di re delle vittorie a corto muso; e, di certo, gli infortuni di reparto e l’alternanza tra Meret e Milinkovic Savic tra i pali non favoriscono passi in avanti nella costruzione di un reparto arretrato più compatto, solido e meno perforabile dagli attacchi avversari.

Il centrocampo sconta l’equivoco tattico su Kevin De Bruyne che si sente una sottopunta/ala ma che il mister vede, invece, come l’alter ego di Lobotka.

L’attacco, infine, paga la scarsa vena realizzativa dell’unica vera punta in rosa, Rasmus Hoilund, dato che il pari ruolo Lorenzo Lucca non può essere considerato più un calciatore professionista ma, tutt’al più, una riserva di lusso per una formazione che disputa l’interregionale o la promozione.

Last but no least, la questione infortuni. Chi, ottimisticamente, aveva, a inizio stagione, creduto e/o sperato che quanto accaduto l’anno scorso sotto la guida di Antonio Conte, indicato come il capro espiatorio della rottura in serie dei calciatori napoletani, non potesse mai ripetersi, dopo due mesi di campionato ha dovuto, purtroppo, precipitosamente ricredersi: tra lungodegenti e recuperati, a oggi non si contano più i giocatori azzurri alle prese con lesioni e/o infortuni più o meno gravi.

E adesso arriva la trasferta di Oporto contro una squadra che, sulla carta, in Champions League sta messa peggio del Napoli; ma, vista come è finita a Torino, contro una formazione che di certo non godeva, fino a ieri sera, di una gran salute calcistico-sportiva, sarà meglio affidarsi a tutti gli dei dell’olimpo del pallone, in primis el D10S del calcio, affinché non si debba salutare con congruo anticipo la kermesse della coppa dalle grandi orecchie, fallendo già uno dei due obiettivi stagionali minimi fissati dalla società ad agosto: qualificarsi alla seconda fase, cancellando l’onta dell’uscita alla fase eliminatoria dello scorso anno.

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